Si sta avvicinando il momento in cui il coro dei “catastrofisti” dell’era petrolifera ci comunicherà con convinzione e con baldanza che finalmente è stato toccato il “picco”, cioè il momento di massima produzione mondiale di petrolio dopo il quale secondo la opinabile massima del geologo Hubbert, enunciata a metà del secolo scorso: “il mondo sarà a metà delle riserve disponibili ed i prezzi del petrolio incominceranno a crescere inarrestabilmente fino a raggiungere valori inaccettabili per l’economia”.
Già Hubbert aveva provato nel 1977 a fare una previsione al riguardo del suddetto “picco” mondiale. Esso sarebbe dovuto avvenire nel 1995 (ma ciò non avvenne). Alla sua morte alcuni fedeli seguaci continuarono nella difficile operazione di prevedere il “picco”. Fra i più noti, il geologo Campbell che nella sua prima previsione parlò del 2003, per poi correggersi dichiarando per certo il “picco” nel 2005 e quando anche ciò non si verificò si impegnò in una terza avventurosa anticipazione parlando vagamente di: intorno al 2010.
Più coraggioso, ma sfortunato, fu un altro geologo di nome Deffeyes docente all’Università di Princeton in Stati Uniti. Nel 2001 annunciò che entro due anni si sarebbe verificato il “picco”. Non essendo avvenuto l’evento spostò l’appuntamento al 2005 anzi per essere più preciso e più credibile disse, in occasione di una intervista, che il “picco” sarebbe stato raggiunto in occasione del giorno del Ringraziamento il 24 Novembre 2005, salvo correggersi in una seconda intervista affermando per amor di precisione che il massimo della produzione mondiale di petrolio sarebbe passato alla storia con questa fatidica data: 16 Dicembre 2005.
Dimentico di quanto enunciato, Deffeyes corresse il tiro dando appuntamento (senza giorno, né ora) all’anno 2009.
Altri revisori non si discostano molto da questa data. Goodstein parla di “prima del 2010”; Heinberg (autore di “The party’s over”) dice: “entro il 2010”; Ivanhoe afferma più vagamente: “intorno al 2010”.
Altri ancora non parlano più dopo aver microscopicamente fallito la previsione: Bartlett aveva giurato sul 2004; Baktiari pensava al 2006; Skrebowski disse: “forse entro il 2008”.
Ma il tempo del ritorno alle alte grida sulla fine del petrolio si sta avvicinando; forse è soltanto questione di giorni o al massimo di qualche mese tempo che vengano pubblicati i Rapporti dell’IEA (l’ “International Energy Agency”), del DOE (il “Department of Energy” americano) o la bellissima pubblicazione dell’ENI intitolata “OeG” (World Oil & Gas Review). È altamente probabile che qualcuno dei suddetti Rapporti relativi al 2007 riporti il dato consuntivo dell’anno con un valore uguale o minore di quello dell’anno precedente pari a 83 milioni di barili al giorno.
Prima che venga detto: “ecco il picco tanto atteso” desidero ricordare:
1) Cadute di produzione temporanee sono già successe nel recente passato e precisamente nel 1999 con una riduzione di produzione del 2% rispetto all’anno precedente e malgrado ciò nessuno ha avuto la forza di affermare essere quello l’anno del “picco” (per affermare il quale ci vogliono almeno 7 – 8 anni di contrazione);
2) Una eventuale riduzione (o anche soltanto una stagnazione) della produzione mondiale è il risultato di una scelta restrittiva dell’offerta da parte dell’OPEC (o di alcuni dei suoi membri);
3) Se il dato sarà in contrazione (o anche soltanto in stagnazione) sarà necessario leggere il valore degli addendi e non stupirci se le produzioni del Venezuela, del Messico, delle Cina, della Nigeria e dell’Indonesia (o soltanto alcuni di essi) avranno valori inferiori a quelli dell’anno precedente. Per ognuna di essi c’è una ragione: nazionalizzazione dei giacimenti di petrolio e quindi riduzione forzata della produzione in Venezuela; interruzione di oleodotti e di impianti petroliferi in Nigeria in conseguenza di sanguinosi attacchi del MEND; riduzione forzata della ricerca e della esplosione petrolifera in Indonesia a causa della dilagante guerriglia; ritardo nella ricerca e nella esplorazione off-shore e on-shore in Cina; ritardo nella ricerca e nella esplorazione off-shore in Messico dopo il progressivo esaurimento del gigantesco giacimento Cantarell;
4) A fronte del reale “picco” regionale dell’Inghilterra e della Norvegia sarà interessante vedere se: gli Stati Uniti mantengono la loro produzione oltre i 7 milioni di barili/giorno, se l’Iran sarà capace da sola a riprendere la quota dei 5 milioni di barili/giorno, se l’Arabia Saudita produrrà finalmente i 10 – 11 milioni di barili/giorno che potenzialmente può erogare, se l’Iraq tornerà a produrre 3 – 4 milioni di barili/giorno (potendone produrre 5 – 6), se l’Angola, se il Kazakhistan, se il Brasile, se il Qatar continueranno nella loro corsa al petrolio (sempre meno facile, ma comunque economico);
5) In molte statistiche mondiali non sono ancora riportati i dati di produzione da giacimenti ad olio pesante (sabbie bituminose, scisti bituminosi) già in attività (o prossimi all’attività) in Canada, in Venezuela, in Congo e in Russia.
Altre ancora possono essere le ragioni di una eventuale stagnazione o riduzione della produzione petrolifera ma queste sono già sufficienti a capire il fenomeno.
Quanto al vero “picco” (che sicuramente ci sarà) aspettiamo ancora e quando ci sarà, malgrado l’”opinabile” massima del geologo Hubbert non sarà drammatico.
fonte blog “uniamo le energie” - la stampa.it
RICCARDO VARVELLI
Si è laureato in Ingegneria presso il Politecnico di Torino nel 1959 e si è specializzato in Ingegneria del Petrolio con un Master presso l’Eni dove ha avuto la responsabilità di lavori di ricerca e di produzione petrolifera in Golfo Persico contribuendo a scoprire il primo giacimento “off-shore” italiano all’estero. Fino al 2007 è stato professore di ruolo presso il Politecnico di Torino dove tuttora insegna: Economia energetica presso il Dottorato.
Scrive di tematiche energetiche sul quotidiano “La Stampa” e su Riviste specializzate nazionali ed internazionali. Nel 2007 ha ricevuto dalla Society of Petroleum Engineers il premio Alves Badini per la migliore pubblicazione tecnica.








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